mercoledì 23 aprile 2014

RECENSIONE: MARC FORD (Holy Ghost)

MARC FORD   Holy Ghost (Naim Edge/V2, 2014)



Un vecchio venditore di dischi, anni fa da dietro il bancone, mi disse: "vedrai, quando arriverai in prossimità dei miei anni inizierai ad ascoltare questa musica" indicando vecchi e polverosi dischi di country, folk e americana impilati nello scaffale del suo piccolo ma ricco negozio. "Fidati. Entrerai in questa dimensione". Io ero un ragazzetto con le sue fisse musicali, aperto a tutti i suoni ma limitato, limitatissimo verso i dischi "impolverati" che mi indicava.  Eppure, non si era sbagliato di troppo. La chiamai "la mia terza dimensione", quella intima e acustica, quella preponderante in Holy Ghost, quinto disco solista di Marc Ford, uno che a 48 anni si avvicina maggiormente all'età che quel negoziante aveva all'epoca. Di poco, ma più di me sicuramente. Appoggiata e archiviata la chitarra elettrica tra i solchi di alcuni dei migliori dischi rock degli anni novanta a firma Black Crowes (The Southern Harmony And Musical Companion-1992, Amorica-1994) poi collaborando con nomi illustri come Gov't Mule e Ben Harper, e mettendo in piedi svariati e un po' dispersivi progetti solisti, abbandonata momentaneamente la sala di registrazione (tra le sue produzioni importanti, il primissimo Ryan Bingham e gli Steepwater Band del prezioso Grace & Melody), la dimensione acustica si impossessa della scrittura e del suo tempo. Un disco di cuore. Già questo basterebbe per farselo piacere, perché dentro alle dodici tracce di purissima "americana" non ci troverete nulla di miracoloso, nulla che vada sopra le righe, che rotoli fuori dai vecchi binari arrugginiti che uniscono i bordi sdruciti degli anni dell'esistenza, se non la fluidità e il carezzevole trasporto di canzoni dal carattere speranzoso, riflessivo e confessionale (cita la dura pioggia dylaniana che sta ancora cadendo, ma con i cieli blu che già si intravedono in lontananza nella solarità country di Blue Sky) nate nell'intimo percorso di vita dell'autore, tra la sicurezza famigliare-la moglie Kirsten e il figlio Elijah sono coinvolti rispettivamente ai cori e chitarra, un'altra figlia è appena nata-e i lenti ritmi di vita nella sua nuova abitazione a San Clemente. La ricerca del semplice dopo una vita di scalate e sogni raggiunti. "Ho raggiunto la cima della montagna e le risposte non erano lì, non è stata l'illuminazione che stavo cercando. Droga e alcol sono stati solo una grande copertura per alcune mancanze", racconta tra le pagine del suo sito.
Luci e ombre accompagnate lentamente al tramonto da chitarre leggere, incastrate dentro al suono della band britannica Phantom Limb che lo accompagna (gruppo prodotto due anni fa dallo stesso Ford) e registrato tra l'Europa (in Galles) e gli States. Una scrittura lieve, pigra e malinconica (Dancing Shoes, Dream #26), delicata (In You), amara, costruita su pedal steel che fanno immaginare quadri campestri (Just A Girl) e il pianoforte (You Know What I Mean) che mi ha riportato al primo Jackson Browne e alla luminosa scena west coast dell'epoca d'oro, ma che non manca di graffiare con la chitarra elettrica quando necessario come avviene nell' avanzare sudista di I'm Free, nell'assolo di Turquoise Blue, e nel southern blues elettrico di Sometimes, anche se solo brevissimi e rari lampi tra la scura deserticità di  Badge Of Descension che avanza pigra tra i tasti di un Fender Rhodes, e l'epica e crescente conclusione affidata alla più strutturata Call Me Faithfull.
Vero e onesto fino alla fine, Holy Ghost rimane però un taccuino intimo ancora tutto da decifrare, con le annotazioni sul tempo trascorso scritte con calligrafia leggera: potrebbe essere solo una breve parentesi, oppure il nuovo punto d'inizio di un uomo che ha fatto pace con se stesso e il mondo circostante. Una pensione d'oro anticipata (di troppi anni). Il vecchio negoziante di dischi sorride compiaciuto.




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giovedì 17 aprile 2014

RECORD STORE DAY 2014


RECORD STORE DAY 2014
Un ringraziamento collettivo a tutti i musicisti che hanno riaperto lo scrigno dei ricordi, rovistato tra i dischi della loro memoria, soffiato tra la polvere del tempo, estratto la nostalgia dalla busta, posato la puntina tra un sogno e una canzone; condividendo le loro primissime emozioni legate alla musica, ad un vinile che girava, una copertina che li ammaliava, un testo che li rapiva. A tutti quelli che hanno varcato nuovamente la porta di quel vecchio negozio di dischi, quello che esiste ancora e tiene duro e quello che nel frattempo è diventato un dispersivo e freddo centro commerciale.
Leggendo questi racconti si possono trovare tracce del proprio passato: cambiano gli anni, cambia il disco, cambia la copertina, cambia il negozio...la passione è la stessa per tutti. Intanto, il disco continua a girare...




IACOPO MEILLE (TYGERS OF PAN TANG/GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS)
QUEEN 'A Night At The Opera' (Emi - 1975)
Era il giorno di Natale. L'anno il 1975; di lì a pochi mesi la mia famiglia si sarebbe trasferita a New Delhi, in India. Mio padre aveva accettato un'offerta a cui non poteva dire di no. Mia madre non era del tutto convinta ma fingeva una tranquillità che le faceva onore. Eravamo ospiti dell'allora capo di mio padre, colui che aveva suggerito il suo nome per quel lavoro. Eravamo stati invitati per cena. Mio fratello di due anni era stato lasciato dagli zii, mentre io era stato ritenuto “grande” abbastanza per poter andare con loro. Ricordo poco della casa, solo che le luci erano soffuse ed il salotto era pieno di mobilia e soprammobili. Non c'erano bambini con cui giocare: la figlia del “capo” di mio padre era molto più grande di me. C'era però uno stereo nella stanza; appoggiato vicino, un vinile dalla copertina bianca che sembrava volersi far notare a tutti costi, malgrado le luci basse. Cecilia, la figlia del “capo” mi chiede gentilmente se voglio ascoltarlo ed io, senza esitazioni le rispondo di sì. Accende lo stereo, alza il coperchio del piatto, estrae il vinile dalla copertina e me la porge mentre appoggia la puntina.... 'Dead On Two Legs' parte ed io sono letteralmente rapito. “You can kiss my ass goodbye” canta Freddie ed io, che non conosco una parola d'inglese, capisco però che deve essere una frase “fica” e che non posso chiedere ai miei che cosa significhi.
 'I'm In love With My Car' cantata da un'altra voce, roca e sgraziata, la dolcezza di ''39' e quel suono per me allora sconosciuto di Fender Rhodes che apre 'You're My Best Friend' mi ipnotizzano e di quella serata non ricordo altro. Quando è il momento di girare lato, sono al tempo e stesso eccitato e nervoso: “E se poi le altre canzoni non mi piacciono?” penso tra me. Il tempo che 'Prophet's Song' parta ed i dubbi svaniscono: sono rapito. Voglio sapere tutto di questa band. 'Bohemian Rhapsody' è solo l'ultimo tassello di un mosaico di emozioni che ancora oggi porto con me. Quella prima emozione nell'ascolto 'A Night At The Opera', quella ho cercato da quel 25 dicembre 1975 e, per mia fortuna, l'ho provata di nuovo... anche adesso mentre ascolto 'Croz' di David Crosby in quella che io continuo a chiamare “sala da pranzo” ma che sembra più un magazzino di un negozio di dischi con una muraglia tra CD, 45 giri e vinili che la riempiono e nei quali mi immergo.
Negozio preferito: YELLOW RECORDS - Via Torcicoda, 157 - 50142 Firenze


ANTHONY BASSO (W.I.N.D.)
E' davvero una scelta ardua, ma credo che il disco che mi abbia cambiato la vita sia un bel classicone... Made In Japan dei DEEP PURPLE è stato il disco o meglio, l'audio cassetta (essendo io dell'89, era il periodo delle audio cassette) che mi ha fatto innamorare intanto del rock e poi della musica in generale. Lo ascoltai da piccino piccino proprio ed ho sempre un meraviglioso ricordo legato a quel live. I primi calli sulle dita, la prima chitarra ed i primi riff strozzati di Smoke On The Water e Black Night. Con l'arrivo dei primi soldini frutto dei primi mini-concerti qui in Friuli alla tenera età di dieci anni, mi comprai Night Moves di Bob Seger a "L'Angolo Della Musica" di Via Aquileia, a Udine, e fu Amore poi per sempre.. Ahahah! Ad ogni modo anche se può sembrare un po' scontato, probabilmente fu proprio Made In Japan a farmi appassionare. Ascoltato, riascoltato e letteralmente consumato, tanto che la classica matita per riavvolgere il nastro rimasto incastrato nel registratore ad un certo punto non mi fu più d'aiuto...

FRANCO GIORDANI  (LUIGI MAIERON BAND/ME PEK E BARBA)
Tra tutti i "migliori dischi della mia vita" io scelgo il primo album dei DOORS, che acquistai naturalmente in vinile. Forse non cambiò la mia vita, ma senz'altro cambiò il mio modo di amare la musica. La voce di Jim Morrison entrò subito nella mia anima, stravolgendola. Si, da lì in poi ho capito (sempre citando Jim) che la musica è l'unica tua amica, fino alla fine.






MATT WALDON
Il mio primo disco ascoltato da bambino fu Full Moon Fever di TOM PETTY, me lo prestò mio cognato e passai un'intera estate ad ascoltarlo. Il mio primo acquisto invece fu Southern Accents sempre di Tom Petty , lo acquistai alla Gabbia di Padova, era il periodo in cui una volta al mese si partiva per un "cd tour" a Padova e le 2 tappe fisse erano sempre il 23 Dischi e la Gabbia. Volevo un disco di Tom Petty dopo aver ascoltato allo sfinimento Full Moon Fever, avevo bisogno di nuova linfa, e la copertina di quel disco mi conquistò! Non esiste un disco che m' abbia cambiato la vita , ce ne sono molti che hanno contribuito ad accompagnarmi durante periodi buoni o cattivi del mio percorso. Attualmente non ho un negozio fisico di riferimento per l'acquisto dei dischi, oramai per comodità e convenienza internet non ha competitors!

ALESSANDRO BATTISTINI (MOJO FILTER)
Il mio primo vinile è stato “Bluesbreakers, JOHN MAYALL with Eric Clapton”... il famigerato "Beano album". ... era una versione originale del 1966 regalatami da un vicino di casa che non sapeva cosa farsene! Io avevo 14 anni... ai tempi non avevo nemmeno il giradischi (che ho comprato proprio per quell'occasione)... ricordo che la prima cosa che mi stregò fu la copertina: quattro inglesi vestiti in maniera strana, seduti chissà dove... uno di loro aveva in mano un fumetto e sembrava leggerlo con grande interesse… o forse fingeva per vincere l’imbarazzo… non so….Poi, finalmente, riuscii a sentirlo e le cose cambiarono per sempre: impazzii letteralmente per Hideaway, All your Love, Ramblin On My Mind… per Eric Clapton e la sua Les Paul che, dentro quel Marshall 1962, aveva un suono che non avevo mai sentito prima …. Avevo scoperto il “british blues”, quella musica che gli inglesi scopiazzavano dagli americani aggiungendoci quel certo non so che … avevo scoperto la swingin’ london degli anni sessanta… love at first sight. Ancora oggi il beano Album è uno dei miei dischi preferiti, il primo di una lunga serie di edizioni più o meno rare a cui ho dato la caccia in questi anni. L’ultimo è stato la prima stampa inglese di “Let It Bleed “ degli Stones che ho comprato il mese scorso a Norimberga.


LUCA ROVINI
Ero un ragazzino, lavoravo per comprarmi i dischi. Ancora oggi, che ho 41 anni, in effetti è così. Ci sono tantissimi artisti che amo alla follia, nella mia storia di amante della musica, di ascoltatore giornaliero, ci sono dischi che mi hanno accompagnato, che mi hanno sconvolto, che mi hanno fatto rinascere, dischi che quando li ascolto mi catapultano improvvisamente in un preciso istante della mia vita. In questo mio contributo ne dovrei scegliere uno soltanto ed è una scelta ardua ma posso farcela. Ma prima devo dare una breve introduzione agli “altri”. Come potrei scordarmi il primo disco che ho comprato, era Chet Baker, un disco dal vivo, bellissimo, sognante, all’epoca sognavo molto più di adesso. Potrei citare i miei autori preferiti in assoluto, WILLY DEVILLE, Steve Earle, Allman Brothers Band, John Hiatt, Elliott Murphy, Bob Dylan ovviamente e Townes Van Zandt. Potrei dire Night Lights o Blood On The Tracks o Shut Up And Die Like An Aviator o Bring The Family o Live At Fillmore East o Live At The Old Quarter. Se devo scegliere un’artista, uno solo, scelgo Willy. Perché io proprio senza la sua voce non posso stare, la più bella che abbia mai sentito. Willy era il miglior cantante che potevi aver la fortuna di vedere dal vivo. Non mi ha mai deluso, quando lo vidi la prima volta ero sotto il palco, mi spaventai quando entrò. Quando sentii quella meravigliosa voce dal vivo capii che Willy era il più grande, per carisma, per voce, le canzoni. Ringrazierò sempre il mio Babbo che mi portò a vederlo a Nonantola, ero un bambino, che regalo pazzesco. Da quella volta ho visto Willy ogni volta che è venuto in Italia, l’ho anche incontrato, ci ho parlato, era un gigante, era fatto, era comunque il migliore. E’ veramente dura scegliere un disco solo di Willy ma se proprio devo scelgo Le Chat Bleu.
Un capolavoro che ancora oggi ascolto spesso. Lì dentro ci sono le ballate, c’è il rock’n’roll, c’è il cajun, c’è il blues e c’è quella magnifica voce che non ho più smesso di amare. Ricordo bene dove lo comprai, come quasi tutti i dischi di quel periodo. Erano 3 i miei negozi di dischi preferiti. Uno era il Contempo di Firenze, un altro era un piccolo negozio di Pietrasanta di cui non ricordo il nome ed un altro era il mitico Magic Sound di Pisa. Se devo scegliere il mio preferito dico senza dubbio il Macig Sound. Era in piazza Garibaldi, centralissimo. Andavamo lì tutte le sere, ragazzi che fumavano e ascoltavano le nuove uscite, e dibattevano, era piccolissimo, aveva tutto. Lì ho comprato una miriade di dischi, aspettavamo il giorno in cui arrivava il fax che diceva cosa sarebbe arrivato il giorno dopo e potete scommetterci che il giorno dopo eravamo lì ad aspettare i pacchi con i vinili e volevamo vedere mentre venivano aperti e volevamo toccare subito quello che aspettavamo. Poi i tempi cambiarono, aprirono le grosse catene come il Media World, una truffa, e tutto fu risucchiato senza possibilità di sopravvivenza. I proprietari chiusero ma amavano talmente tanto la musica che aprirono un locale, il Borderline, dove per diversi anni ci fecero ascoltare concerti stupendi, grazie anche all’amico e mai dimenticato Carlo Carlini. Li abbiamo visto tanti de i nostri idoli, li abbiamo suonato tanto, abbiamo aperto concerti importanti, li ci siamo ubriacati alla follia con Tom Pacheco (birra e tequila per la precisione) e con tanti altri. Poi anche quello è stato risucchiato dal vile denaro.
Oggi il Borderline è un locale per metallari, non credo ci siano più le copertine di Townes appese ai muri. Oggi dove era il Magic Sound c’è un’agenzia immobiliare del cazzo. Mi capita di passare da Piazza Garibaldi, ogni tanto mi volto, getto lo sguardo lì dove c’era quella minuscola vetrina, non la vedo l’agenzia immobiliare, mi vedo io a 20 anni, con l’impermeabile chiaro lungo, i capelli lunghi, la sigaretta accesa, appoggiato al muro, con mille sogni, che magari ascolto questi sconosciuti Havalinas che nessuno sapeva chi cazzo fossero ma che ci eccitavano, mi vedo a guardare le ragazzine della mia età. Tutte cose che non esistono più, tutto morto. Eppure se metto sul piatto Le Chat Bleu il tempo si ferma di nuovo e posso decidere di essere ovunque. Io con le mie rughe e lui con i suoi rumori di fondo, non comprerò mai una ristampa, così siamo, così ci siamo incontrati e così invecchieremo, in quella piazza di Pisa dove giovani bulletti passano ignari del fatto che 20 anni fa lì c’era la vita.

FRANK GET (TEX MEX/RESSELL BROTHERS)
Domanda da un milione di dollari… diciamo che devo fare alcuni distinguo, (ho avuto la fortuna di avere dei genitori musicisti..): il primo vinile che ho ascoltato da piccolo (avevo cinque anni…1969) è stato una raccolta dei Beatles, il primo vinile che ho acquistato è stato Ziggy Stardust di David Bowie, quello che mi ha cambiato la vita è stato Born To Run (regalo dei miei cugini di Westwood N.J.) …però devo dirti che il disco che porterei sulla famosa isola deserta è Live Bullet di BOB SEGER (ad un’ incollatura “Live at Fillmore East” Allman Bros) ma purtroppo hai detto uno solo. Il motivo è identico per entrambi, essendo” live”, non ci son scuse, quello si suonava, quello si sentiva, pura adrenalina!! Riguardo ai negozi di dischi apriamo un capitolo tristissimo, parliamo di una specie estinta. Ricordo con piacere due baluardi oramai chiusi da anni The Musical Box, e Wom (Word of music) entrambi gestiti da appassionati di musica. In entrambi oltre all’atto dell’acquisto del vinile, poi del cd (sappiamo bene, poi, come si sia persa la poesia dell’ “oggetto” disco) c’era condivisione e complicità nel giudizio sul disco appena uscito e soprattutto tanta passione per la Musica. Direi che la cosa fondamentale era il dialogo ed il rapporto umano che si veniva a creare. Sicuramente un ottimo contributo alla diffusione della cultura e dell’arte. Purtroppo come ben sappiamo le ragioni economiche han fatto scomparire la bottega in favore della grande distribuzione….ma qui spalanchiamo un abisso, (da cui mi sa che è difficile risalire).

GUY LITTELL
Il mio disco della vita, per quanto riguarda il vinile potrei dire che è On The Beach di NEIL YOUNG. E anche il suo acquisto fu singolare: lo comprai per pochi euro un venerdì o sabato sera, intorno ai 23 anni...un mio amico mi disse che lo zio gli aveva regalato una bella raccolta di vinili, gli dissi che volevo On The Beach  e lui me lo portò la sera stessa, nel bel mezzo di un'ubriacata collettiva che in quel momento stava coinvolgendo una ventina di persone nella Villa Comunale di Torre del Greco (Na) dove sono nato e cresciuto. Mi meraviglio che l'indomani fosse ancora con me e soprattutto intatto! Per quanto riguarda il negozio...scelgo Tattoo Records, situato nel bellissimo centro storico di Napoli. Ho davvero un bel ricordo legato a Tattoo: andai a comprare Jacksonville City Nights di Ryan Adams & The Cardinals e credo fossero un po' di mesi che non compravo dischi...ero stato preso da altre cose e forse non avevo poi tanti soldi, comprare quel disco diede di nuovo il via alla mia voglia di spendere in dischi che amavo e presto ne cantavo le canzoni mentre lavoravo come lavapiatti il sabato sera in un pub locale. Magia.



DARIO SNIDARO (RUSTED PEARLS)
 In vinile direi Gold di RYAN ADAMS, l'ho comprato recentemente e ha un quarto lato, che nel cd non c'è, con delle canzoni splendide secondo me, come Rosalie Come And Go, The Bar Is A Beautiful Place, The Fools We Are As Men... non che il resto del disco sia da meno...anzi. Sono molto affezionato a questo artista, non è il primo disco che ho sentito, la prima canzone è stata Hotel Chelsea Nights, ma è sicuramente il disco che nel complesso mi piace di più per cantautorato, suoni e impatto live della band, nonostante lui lo abbia visto solamente due volte negli ultimi tour acustici, prima Brighton poi Bruxelles. Purtroppo un negozio di dischi a cui sono affezionato non c'è perché in realtà qui vicino, a parte quanto si trova nei centri commerciali non c'è tanto. C'era però...ed era proprio nella strada parallela a dove vivo ora io a Codroipo, si chiamava Dischi Eugenio, recentemente ho messo un paio di foto su Instagram di com'era appena chiuso e com'è adesso senza più la scritta...abbastanza triste. C'ero stato un paio di volte da quando avevo iniziato a vedermi con la mia ragazza qui e aveva una clientela molto fidelizzata a cui trovava cose di importazione e fuori catalogo, purtroppo l'ho scoperto tardi e l'unico disco comprato è stato 'Hard Candy' dei Counting Crows.

RICCARDO STURA (TAG MY TOE/BUFFALO TRIO)
Il primo disco fondamentale (rigorosamente in vinile), anche il primo che ho avuto, è stato Born In The USA del BRUCE SPRINGSTEEN. Avevo 12 anni e mio papà me lo regalò alla fine di un anno scolastico. Ricordo che durante l'estate non smettevo mai di ascoltarlo, chiamavo papà in ufficio per chiedergli quante volte si poteva ascoltare un vinile prima che si rovinasse, e lui che mi diceva, vai tranquillo che devi ascoltarlo un bel pò di volte, e così feci! Che disco, che sound, che pezzi! Bruce come sai, è l'artista che mi ha cambiato la vita: grazie a lui pochi anni dopo iniziai a suonare la chitarra (primo brano The River), grazie a lui la lingua inglese divenne sempre più fondamentale nella mia crescita, leggevo e traducevo i testi di BitUSA, cercavo di comprendere le liriche e tutto ciò che Bruce voleva comunicarmi. Devi sapere che a Rueglio (piccolo comune del canavese) tutti i miei amici più grandi ascoltavano già il Boss, noi ruegliesi siamo sempre stati ultra fanatici del Jersey Devil e mi piace sempre dire che in rapporto alla popolazione abbiamo il maggior numero di fans! Da quel vinile in poi tutta la mia vita e migliorata, avevo scoperto musica che mi comunicava sensazioni e emozioni (papà possedeva già allora 300 vinili circa di Jazz, ma diciamo che non è mai stato il mio genere, anche se devo ringraziare il babbo per avermi trasmesso la passione nell'ascoltare), un paio di anni dopo comprai Tunnel Of Love e poi tutti gli altri....grazie Bruce!
Riguardo al negozio di dischi ai tempi non ne avevo uno favorito mentre ora devo dire Paper Moon (Biella), ho arricchito tantissimo il mio catalogo con chicche e dischi difficilmente reperibili grazie a Marco, Paolo e Andrea.


CRISTIANO CARNIEL (LITTLE ANGEL & THE BONECRASHERS)
The Joshua Tree degli U2 perché coincide con i miei 18 anni. E poi perché lo amai e lo amo ancora così tanto da pensare che a nessuno potrebbe piacere quanto a me (vi capita mai?). Lo comprai il giorno che uscì, era il 1987, da Buzzi Dischi di Busto Arsizio, il negozio che ricordo con più piacere perché ci spesi molti dei soldi delle paghette per iniziare la mia personale discoteca. 10.000 lire circa a LP. Il sacrificio era tale che un disco che avevi comprato non poteva non piacerti. Non esisteva che non ti piacesse. Lo ascoltavi così tante volte che alla fine ti entrava dentro, bello o brutto che fosse.



MAX ARRIGO (NANDHA BLUES BAND)
Potrei dire Deja Vu di CSN & Y che al primo ascolto mi trasportò a Woodstock o Born In The USA che mi diede un motivo per tenere duro negli anni '80, ma il mio primo 45 giri fu proprio questo:

Il negozio di dischi al quale sono più affezionato è Rock & Folk a Torino. Per anni il sabato pomeriggio ci si incontrava li con gli amici, ancora oggi resiste ma a fatica...

GINO GIANGREGORIO (VIA DEL BLUES)
Il primo vinile che acquistai fu il primo disco 33 giri di Elvis Presley, dal titolo omonimo ed in seguito, quello a cui sono molto legato è Aftermath dei ROLLING STONES, anche Undead dei Ten Years After, quest'ultimo mi ha sconvolto in senso positivo sotto l'aspetto chitarristico, senza contare il primo 33 vinile di Hendrix, ascoltato per 15 ore al giorno, su al Nord e precisamente in Biandronno in provincia di Varese, dove lavoravo ai tempi.





CARLO LANCINI (MOJO FILTER)
Nell’ultimo periodo sto rivalutando i primi anni Novanta, fino al 1996, l’anno del mio servizio militare. Li sto rivalutando perché sono stati gli anni della mia formazione musicale. In quegli anni ero un ragazzo un po’ particolare, e a dirlo erano i miei gusti musicali. Fuori ce n’era per tutti i gusti: il grunge con band di spessore e side projects vari, gli ultimi colpi del glam, il metal, le boy bands e – solo per amore della gnocca – le truzzaggini da discoteca. Ma io impazzivo per quello che è stato definito “Americana”. Come del resto il tutta Italia, anche a Bergamo esistevano ancora i negozi di dischi, alcuni specializzati e altri un po’ meno. Io andavo da Vittorio in Città Alta, il sabato pomeriggio. Prendevo il mio Piaggio Sì grigio, mi mettevo il casco Nolan rosso con sul retro la lisca di pesce bianca, omaggio artigianale ai californiani Fishbone, e correvo “veloce” lungo Viale Papa Giovanni, salivo le mura, facevo l’ultimo curvone prima di Colle Aperto rigorosamente pedalando (il motore era alla frutta!), parcheggiavo alla cazzo solo con il bloccasterzo (altri tempi!) e poi correvo nel negozietto di 20 mq. Lì Vittorio mi ha spacciato, per me a scatola chiusa, Perfectly Good Guitar di John Hiatt, Hollywood Town Hall dei Jayhawks, il primo album di Todd Snider e un sacco di altri dischi fondamentali per la mia crescita. La forza di Vittorio è stata soprattutto quella di alimentare un fuoco acceso però dal fato. Lui non mi ha dato in pasto agli artisti del momento, non ha tentato di vendermi quello che piaceva a lui. Vittorio ha “solo” scelto quello che era giusto per me, quello che era giusto per un adolescente, introverso ma non troppo, con l’aria da secchione ma con una pagella tipica del ripetente, che in una serata primaverile di un anno prima era entrato per acquistare un vinile di Bruce Springsteen, Nebraska.

MARCO DIAMANTINI (CHEAP WINE)
Uno solo non ce la posso fare. Sarebbe non veritiero. Dovrei indicarne minimo una decina. Ma visto che è un gioco: Highway 61 Revisited. Comprato alla fine degli anni 70 ('78 o '79) alla Dimar Dischi di Pesaro che adesso non esiste più.






JAIME DOLCE
Quando ero piccolo guardavo e ascoltavo 3 dischi (veramente ce n' erano tanti...) nella collezione di vinili di mio padre: c'era Band Of Gypsys di Jimi Hendrix , c'era THE ALLMAN BROTHERS BAND Live At Fillmore East e c'era anche Eat A Peach...Dentro Eat A Peach dove c'era questo bellissimo quadro psichedelico..l'adoro ancora...il fatto che potevo aprirli & leggere mentre ascoltavo...leggere chi ci aveva suonato...chi ha scritto...dove e' stato registrato..,quando lessi su Eat A Peach: "dedicated to a brother"(dedicato a un fratello). Questi dischi mi hanno cambiato la vita, mi hanno influenzato tanto...forse e' il suono di quell' auditorio/teatro Fillmore East...per me, quei dischi sono le Bibbie...
Jimi Hendrix e Duane Allman sono ancora i miei due chitarristi preferiti: mille percento anima...Jimi con il suono della Fender...Duane con la Gibson...mille percento BLUES...mille percento SOUL...mille percento ROCK&ROLL.

LUCA MILANI
Erano appena iniziati gli anni novanta ed erano appena passati gli anni ottanta dove l'immagine e "l'apparire" avevano un ruolo fondamentale nella musica (cosa che purtroppo è tornata negli ultimi anni). Un pomeriggio apparve in tv un ragazzo biondo che mi assalì con la sua rabbia, la sua voce e la sua sincerità, vestito come un ragazzo qualunque ma con energia capace di spazzare via in due minuti tutti i bambocci vestiti a festa del decennio precedente. Finalmente era arrivato qualcuno capace di urlare a nome di chi fino a quel momento era stato a guardare in un angolo. Il giorno stesso andai nel negozio di dischi del mio paese, negozio che ora non esiste più e comprai la cassetta di Nevermind dei NIRVANA.



FEDE SPANGHERO (GO GO DIABLOS)
Il disco che mi ha cambiato la vita è stato Some Girls dei ROLLING STONES, nel lontano 1978, il primo che mi sono fatto comprare è stato "Ob-la-di-ob-la-da" nel 1968 (avevo 3 anni)...il negozio a cui sono emotivamente più legato è la vecchia Standa di Monfalcone che aveva un assortimento infinito di musicassette della Joker e della Columbia con tutte le incisioni vecchie di blues e jazz, John Lee Hooker, Jimmy Reed, Lightnin' Hopkins, Robert Johnson, Billie Holiday...una figata!




PAOLO BONFANTI
Disco della vita: forse Blood on The Tracks di DYLAN...perchè mi ha fatto capire come procedere nel mestiere e nella vita; negozio di dischi sicuramente Disco Club a Genova. Un vero punto di riferimento! Dentro c'è una foto di Giancarlo Balduzzi il proprietario insieme a Nick Hornby, che è un suo grande amico e ha presentato lì il suo famoso libro sull'amore per i vinili. Imprescindibile!


ALESSANDRO NUTINI (BANDABARDO'/GENERAL STRATOCUSTER & THE MARSHALS)
Il mio primo vinile è stato il live degli AC/DC "If You Want Blood", lo comprai dopo aver visto in tv, in una meravigliosa giornata in cui non andai a scuola, il film "Let There Be Rock". Lo comprai in un negozio che oggi non esiste più, purtroppo, che si chiamava Nardi Dischi. Quello a cui sono stato più affezionato è stato Led Zeppelin III, che ancora ritengo fenomenale...


 
 
STEFANO GALLI
La mia "carriera musicologica" è iniziata tendenzialmente tardi. Sono cresciuto, come tutti i bambini del paesello, con il sogno e la passione per il calcio. La Musica si è intromessa piano piano a partire da 14 anni, in prima superiore, periodo in cui il vinile aveva già lasciato il posto alla prepotente ascesa del cd. Comprai il mio primo lettore e ci abbinai immediatamente 3 dischi: Creedence C.R., Nevermind dei Nirvana e Stone Free (un tributo a Hendrix da parte di grandi artisti).Li consumai letteralmente cercando di suonarci sopra con la mia chitarrina acustica "ZeroSette" e diventai l'incubo dei miei genitori soprattutto per quella Territorial Pissing che faceva vibrare i vetri delle finestre. Poi arrivò l'Unplugged di CLAPTON e BOOM!!!... folgorazione.
Quello è il mio disco, quello che mi ha indirizzato verso il Blues e tutte le sue sfumature e che ha segnato il mio percorso musicale. Ne tengo 2 copie, una ancora chiusa.
Sono nato nell'era del digitale e i miei genitori non mi hanno lasciato in eredità una gran collezione di vinili; a loro piaceva la musica e ricordo che mio padre ci svegliava sempre con dei dischi di musica classica ma non erano di certo dei gran collezionisti. Conservo però un 45 giri di Folsom Prison di Cash ed è in bella mostra nel mio salotto, unico reperto veramente interessante della loro discografia.

DANIELE TENCA
Il mio "disco della vita", quello che mi ha cambiato la vita, e mi ha fatto decidere di diventare musicista, e' "Live 75-85" di BRUCE SPRINGSTEEN. Per essere precisi, audiocassetta n. 3. Inizia col boato del pubblico al saluto di Springsteen, e poi Born in the USA live. E poi Seeds, The River, eccetera. Probabilmente, senza quella cassetta, sarei una persona diversa, la mia vita sarebbe diversa. Il negozio a cui sono più affezionato invece non è legato a pomeriggi di affannosa ricerca a rarità, bootlegs o dischi appena usciti, ma è Zig Zag Dischi, a San Donato Milanese, dove il sabato pomeriggio ti può capitare di entrare (se riesci...), bere del buon vino e ascoltare artisti presentare i loro lavori dal vivo in un'atmosfera rilassata e familiare, ma attenta e rispettosa. Subito dietro a Zig Zag, Psycho, a Milano, altro luogo speciale di resistenza musicale. Mi troverete li', il 19 aprile pomeriggio, con altri artisti, a far due note per il Record Store Day.

ANDREA POGGIO (GREEN LIKE JULY)
Blonde on Blonde” - BOB DYLAN. Ho comprato questo disco mosso da quella sorta di imperativo del collezionista diffidente “caro Andrea che ti piaccia o no in ogni collezione di dischi che si rispetti Dylan non può mancare”. Ho iniziato ad ascoltare “Blonde on Blonde” distrattamente, ad una camera di distanza dall’impianto stereo. Da “Visions of Johanna” in poi la mia vita da ascoltatore è cambiata per sempre. Ancora oggi, a quindici anni di distanza, i brani di “Blonde on Blonde” suonano come la prima volta che li ho ascoltati. Ancora oggi sono alla ricerca di un disco che eguagli quella sensazione di meraviglia e sbigottimento che provai all’ascolto di brani come “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again”, “I Want You” e “Absolutely Sweet Marie”.
“W Dabliu” di Roberto Mocca - via Mondovì 4, Alessandria. In questo luogo, nell’autunno del 2003, sono nati i Green Like July. “May This Winter Freeze My Heart”, il nostro primo disco, è uscito dieci anni fa esatti per una piccola etichetta gestita da Roberto Mocca e chiamata, per l’appunto, “W Dabliu”. Roberto ha rappresentato e rappresenta un punto fermo per ogni collezionista di dischi dell’alessandrino. Nelle stanze del suo negozio ho passato interi pomeriggi ed è lì che ho incontrato Diego Cestino per la prima volta. Senza Diego i Green Like July non esisterebbero. Diego è il nostro Ian Stewart.



THOMAS GUIDUCCI
 Il primo disco che ho comprato nella mia vita è stato Der Kommissar di Falco, ero bambino e quella canzone stranissima di cui non capivo nulla mi piaceva. Poi fortunatamente mi sono redento.
Se dovessi scegliere un solo disco che mi ha cambiato la vita (è durissima) direi "Irish Tour" di RORY GALLAGHER. Poi però a ruota ne arriverebbero altri:
1.Rory Gallagher Irish Tour
2.Townes Van Zandt Live at the Old Quarter, Houston, Texas
3.The Band The Band
4.Ray Lamontagne Till The Sun Turns Black
5.The Beatles Hard Day’s Night
Poi ovviamente c'è Johnny Cash, ma lì non potrei scegliere un disco. Ogni cosa che canta mi strappa il cuore.
Il mio negozio di dischi è "Backdoor" di Torino. Patria del vinile e pieno di gente simpatica. Però ho lasciato il cuore nel piccolo "Rockville" oramai chiuso purtroppo.


CATERINO "WASHBOARD" RICCARDI (THE FIREPLACES)
E' durissima ma scelgo Sticky Fingers. E' in assoluto l'album che mi ha depurato dalla pop music nel senso più basso e mi ha traghettato nel rock/blues. Ho letteralmente consumato due musicassette.
 


SANDRO PEZZAROSSA (ME PEK & BARBA)
Il primo disco che mi ha veramente emozionato è stato "the Velvet Underground &NIco" che mi ha fatto conoscere un mondo nuovo! Quelli che mi hanno segnato e rovinato a forza di ascoltarli: "Breva e tivan" di Davide Van de Sfroos e "We shall Overcome" del Boss!!









MARCO  PYTHON FECCHIO
Nel 1973 avevo 10 anni e un piccolo mangiadischi su cui, dall'età di 4 cantavo a squarciagola tutte le canzoni di Adriano Celentano. La mia cuginetta appena più grande di me andava a scuola dalle suore e impazziva per Gesù. Era un Gesù molto bello e cantava una musica per me sconosciuta, addirittura ne avevano fatto un film. Così, al primo Natale a tiro mi feci regalare "lo stereo", un giradischi di "Selezione dal Reader's Digest" che oltre a vendere per corrispondenza aveva un suo negozio in via Della Moscova a Milano. Era meglio di niente ma non certo all'altezza dei primi Pioneer e Marantz che alcuni miei compagnetti esibivano fieri nel loro salotto. Insieme al giradischi arrivarono i due primi LP: E tu (Claudio Baglioni) e Jesus Christ Superstar (Original Soundtrack). D'obbligo a quel punto la visione del film che fu come aver visto Dio in persona, uno schock che diede un imprinting direi primordiale ai miei gusti e ascolti futuri. Oggi, a 51 anni suonati posso affermare che in quell'opera c'era già tutto quello che poi avrei scoperto nel corso di questa vita e che ancora oggi ascolto con devozione e un po' di commozione. Inutile dire che ne fu di Baglioni…


 
 
 
 
 
 
 
 



 
 

 

martedì 15 aprile 2014

RECENSIONE: LEON RUSSELL (Life Journey)

LEON RUSSELL  Life Journey (Universal Music, 2014)



A leggere le note di retro copertina pare di trovarsi di fronte ad una sorta di testamento musicale in cui il settantaduenne Leon Russell allinea i suoi "maestri", un tributo a tutti i musicisti che ne hanno segnato la carriera (più due nuove composizioni scritte di suo pugno). Esce adesso che il viaggio-di vita-è quasi arrivato alla fine, come ripete più volte, evidentemente affranto dai tanti problemi fisici che lo perseguitano. Facendo i dovuti scongiuri si spera non sia così- anche se qualche buontempone, recentemente, ha pure messo in giro la "bufala" della sua presunta morte-perché il carismatico musicista dell'Oklahoma sta vivendo una seconda brillante giovinezza che sembra quasi una continuazione degli anni d'oro gravitanti intorno al carrozzone messo in piedi con Joe Cocker prima e dalle cause umanitarie promosse da George Harrison dopo, che lo videro protagonista e che lo portarono al centro della scena musicale americana tra il 1969 e il 1973, facendolo diventare il più grande turnista americano dell'epoca ma anche con un paio di dischi solisti da enciclopedia rock sul groppone ed un passato remoto di tutto rispetto alla corte di Phil Spector. Non esiste più lo straripante e fantasioso performer di quegli anni, ma è rimasto l'ineguagliabile feeling del saggio fuoriclasse capace di portare le canzoni-e che canzoni- verso i suoni che hanno caratterizzato tutta la carriera: blues, swing, R & B, country, jazz, dixieland (la sua contagiosa Down In Dixieland, posta in chiusura e suonata con la Dixieland Band di John Clayton è un omaggio al genere di New Orleans. Più che riuscito numero da big band.).
Già lo splendido The Union (2010) condiviso con sir Elton John aveva lasciato intravedere segnali positivi e l'ispirazione dei vecchi tempi andati, facendo dimenticare i tanti anni di oblio-la stessa cosa che sta succedendo all'ispiratissimo Elton John degli ultimi lavori. Con il baronetto inglese ancora dietro alle quinte come produttore esecutivo e con il veterano produttore di estrazione jazz Tommy Lipuma a dare consigli ("il miglior produttore con cui abbia mai lavorato" dice Russell),  Life Journey è a suo modo un piccolo classico-costruito sui classici dell'american songbook-che ammalia da cima a fondo senza mai stancare, tenuto legato dall'inconfondibile voce strascicata e arrochita che serpeggia, graffia ancora nei momenti up-tempo, quasi commuove quando ci si rilassa, mettendo in campo il classico blues riletto e modificato (Come On In My Kitchen di Robert Johnson), trascinanti rock'n'roll guidati da un piano barrellhouse (la sua Black Lips), confidenziali evergreen che più classici non si puo' come Georgia On My Mind portata al successo dal suo mito di gioventù Ray Charles, I Really Miss You di Paul Anka e I Got It Bad And That Ain't Good, tutte arricchite dalla presentissima sezione fiati della Clayton Hamilton Jazz Orchestra.
Fever ha l'indole rock'n'roll con la voce di Russell scatenata e protagonista assoluta che un solo attimo dopo sa veleggiare lentamente sopra alla sonnacchiosa pedal steel di Greg Leisz in Think Of Me e nella solarità country/soul/gospel di That Lucky Old Sun. E poi ancora numeri di alta classe come The Masquerade Is Over e New York State Of mind  di Billy Joel, anticipata da una personale intro e riletta con  devozione e bravura, non perdendo per strada nulla dello skyline metropolitano dipinto da Joel a suo tempo, nonostante Russell abbia dichiarato di conoscere solo vagamente la canzone, prontamente propostagli dal produttore Lipuma.
Classe infinita. "Master Of Space And Time" ancora una volta, non l'ultima. Vero
Russell?


vedi anche RECENSIONE: DAVID CROSBY-Croz (2014)



vedi anche RECENSIONE: JOHNNY CASH-Out Among The Stars (2014)



giovedì 10 aprile 2014

RECENSIONE: BIGELF (Into The Maelstrom)

BIGELF Into The Maelstrom (Insideout Music, 2014)




La creatura di Damon Fox cresce come un fungo allucinogeno lasciato sotto il sole californiano (loro sono di Los Angeles): le radici nel passato, le nefaste conseguenze, per chi lo coglierà e lo assaggerà, nel futuro. Sono passati ben sei anni e tanti problemi (cambi di formazione, problemi con l'etichetta discografica) dall'ultimo album in studio Cheat The Gallows, e venti dalla nascita, ma la vena compositiva deviata è rimasta ben salda dentro il cilindro calato nella testa di Fox, ormai diventato un one man band assoluto, dopo la dipartita degli altri membri storici del gruppo che lo hanno lasciato solo al momento della stesura delle canzoni, ma comunque sostituiti su disco da Luis Maldonado alle chitarre (buon lavoro il suo) e Duffy Snowhill al basso (comunque in formazione dal 2000). L'arrivo in soccorso di Mike Portnoy (ex batterista di Dream Theatre e mille altri progetti), un presenzialista a cui non si può certamente negare la passione musicale e un posto in squadra, ha riportato la voglia di ripartire in quarta, unitamente agli studi di registrazione Kung-Fu Gardens messi a disposizione da Linda Perry (ex 4 Non Blondes) che ha collaborato anche alla stesura di Already Gone e agli occhi vigili in produzione di Alain Johannes (Queens Of The Stone Age, Them Crooked Vultures tra i suoi lavori).
La musica dei Bigelf è rimasta la stessa tinozza piena e strampalata di sempre, forse meno sorprendente e a volte perfino (fintamente) confusionaria nell'eccesiva ricerca del grandeur d'effetto (chi? i Queen?) che rischia di perdersi o anche farci perdere le mille intuizioni sparse un po' ovunque, ma sempre affascinante e con un po' di attenzione si potranno cogliere tutte le sorprese nascoste dietro ad ogni angolo di questo lungo viaggio temporale all'interno della mente umana: le care melodie beatlesiane sparse un po' ovunque (Already Gone, Theater Of Dreams), teatralità glam grandguignol (The Professor & The Madman, Mr. Harry McQuhae) e allucinata (Vertigo), crescendo progressive/psichedelici che riportano alla mente King Crimson e Genesis (gli otto minuti del viaggio finale ITM), la nuova direzione fantascientifica e apocalittica (l'accoppiata iniziale Incredible Time Machine, Hyperspeed), tastiere e il groove dettato dalla pesantezza delle chitarre sabbathiane (Alien Frequency, Control Freak), schegge indefinibili di pazzia musicale (High, Edge Of Oblivion) si prendono per mano ed iniziano a girare in tondo veloci, sempre più veloci fino a portare allo stordimento, lanciando la follia compositiva in ogni direzione.
I Bigelf sono creatura non per tutti, da maneggiare con cautela, da prendere a piccole dosi inizialmente. Quello che in principio potrebbe sembrare uno spocchioso calderone vintage ha le capacità di tramutarsi in una esperienza esaltante e letale. Se vi lasciate coinvolgere nel vertigo è finita.



vedi anche RECENSIONE: THE WINERY DOGS- The Winery Dogs (2013)
vedi anche RECENSIONE: THE NASHVILLE PUSSY- Up The Dosage (2014)


giovedì 3 aprile 2014

RECENSIONE: MATT WALDON (Learn To Love) & INTERVISTA a MATT WALDON

MATT WALDON Learn To Love  (Arkham Records, 2014)




Dopo Ottobre arriva Novembre. Sempre Autunno è. La stagione delle sfumature più belle e intense è ancora una volta la preferita di Matt Waldon, schietto cantautore veneto con la spiccata dote dell'introspezione e l'onestà del buon ragazzo che non pretende di sgomitare troppo per farsi largo, lasciando alle sole canzoni il compito di parlare. Il primo singolo Under Your Breath ha la lingua giusta per farlo: un lieve violino ad allungare le lettere delle parole (Micol Tosatti), la sua voce doppiata (da Samanta Gorda) e la chitarra elettrica di Kevin Salem a mettere la punteggiatura finale. Le radio americane già se ne sono accorte.
Questo suo secondo lavoro, concepito lungo l'infinita strada che da Padova e Rovigo porta a Woodstock, NY, dove è stato effettuato il missaggio ad opera di Kevin Salem, si presenta in modo ancor più omogeneo rispetto al precedente e già ottimo Oktober (2012). Mancano i graffi rock che grattavano la superficie ma quest'ultima si è fatta più compatta, distesa e accomodante e tutto si concentra nei trenta minuti costruiti con dovizia e bravura su acustiche ballate che sembrano nate lungo i pochi minuti che separano le amare passeggiate tra la tranquillità dell'alba e l'arrivo frenetico del giorno, tra i pensieri persi in un tramonto e la misteriosa pace notturna dell'oscurità. Un tempo ristretto della sua vita messo in musica. Un attimo fuggente, colto, masticato e suonato con strumentazione quasi totalmente acustica e gravitante tra i pianeti dell'amato Ryan Adams più introspettivo e le stelle mai cadenti di alcuni passaggi che mi hanno ricordato Steve Earle o le ultime produzioni del vecchio giaguaro John Mellencamp, quelle targhate T Bone Burnett, come nella bella You Can Run As Far, con la slide di Enrico Ghetti, la batteria di Giampietro Viola, il basso di Damiano Marin e la fisarmonica di Walter Sigolo che giocano intimamente-ma intensamente-di squadra. Nella sua pur breve mezz'ora di durata, il disco è ricco di buoni spunti: a partire da un ospite di prim'ordine come l'amico Neal Casal (lunga carriera solista ma anche nei Cardinals di Ryan Adams, nei lisergici Chris Robinson Brotherhood e gli ultimi arrivati Hard Working Americans) che presta la sua chitarra elettrica e accompagna Learn To Love verso l'alta perfezione. Per Matt un bel sogno che si avvera, per noi una bella canzone da ascoltare.
L'aspetto acustico che pervade tutte le canzoni (gli umori cangianti di Fast Clouds, l'opener Broken, la notturna e tesa Devils On The Feeway)  ha un sussulto nel tenebroso e riuscitissimo border folk che ispira l'armonica di Kevin Salem, riportando alla mente il vecchio Tom Russell, ma anche il primo e ruspante Ryan Bingham di Mescalito.
Mi piace sottolineare, inoltre, la bella rilettura a tutta band di New York City, canzone di Keith Caputo (ora Mina Caputo, dopo il cambio di sesso), ex cantante dei Life Of Agony che iniziò la sua carriera solista con Died Laughing-disco che consiglio sempre vivamente (vedi riquadro sotto)- e da cui è estratta questa cruda ode alla città di New York, che Matt ha fatto sua dopo un viaggio nella grande mela. Completano due bonus track: l'intima e folkie per sola voce e chitarra Moon Kills Sun e la particolare Sweetness con il piano di Mrmichael in primo piano.
(Enzo Curelli)


INTERVISTA  a MATT WALDON
Finito l’ascolto, è chiara la differenza con il precedente ‘Oktober’. Questo è un disco più compatto, omogeneo e quasi esclusivamente acustico, figlio, credo, di un tempo ristretto e delimitato della tua vita. Come è nato?
È nato un po’ per caso, avevo brani pronti per 2 dischi, brani completamente diversi tra di loro, metà acustici e di stampo chiaramente folk e metà molto più rock e chitarristici. L’idea iniziale era di fare il disco rock e più commerciale, poi riflettendoci bene l’idea dell’acustico ha finito con il conquistarmi, forse più azzardata come scelta ma i brani di questo Learn To Love rispecchiano di più quanto vissuto personalmente durante quest’ultimo anno.

Quindi possiamo attenderci un altro disco a breve?
A breve non penso, questo disco e' stato veramente sofferto e mi ha proprio spremuto molto a livello di risorse, i brani ci sono ma non e' matematico che debba usare proprio quelli per un nuovo disco! Vedremo insomma, comunque qualcosa a breve certamente no.


Tempo fa, se non ricordo male, su facebook facesti anche un gioco/referendum chiedendo ai tuoi contatti come avrebbero voluto il tuo prossimo disco: acustico o elettrico. E’ stato determinante anche questo esito o era solo un gioco, appunto?
Vedo che mi segui e hai una buona memoria! Ah ah... Volevo tastare un po’ il polso della gente che ascolta la mia musica per capire un po’ in che versione piacevo di più, ma il referendum non è stato per nulla decisivo, lo è stato forse il consiglio di un amico nonché gran musicista che poi ha collaborato al disco (Neal Casal).

Ecco Neal Casal. Dopo anni di amicizia, Neal Casal ha suonato in un tuo disco. Soddisfatto? Hai ascoltato le sue ultime collaborazioni con Chris Robinson e con gli Hard Working Americans, cosa ne pensi?
Soddisfatto? Diciamo che ho realizzato un mio sogno! Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni ed è sempre stata una persona splendida e disponibile con me, disponibilità che mi ha spiazzato anche in questo caso. In realtà ci eravamo sentiti anche quando stavo registrando “Oktober” ma in quel periodo lui era presissimo nel progetto con Chris Robinson e non aveva tempo materiale per collaborare al mio disco. Inizio a godermi ora piano piano questo suo immenso regalo, ascolto dopo ascolto, quando mi arrivarono le sue registrazioni di chitarra non transitavo attraverso uno splendido periodo personale e non ebbi modo di godere a pieno. Si certo che lo seguo, i due progetti che ha intrapreso sono molto differenti a livello musicale tra di loro, con Chris esplora sonorità musicali che ci riportano un po’ alle atmosfere psichedeliche dei Grateful Dead & degli Allman Brothers con gli Hard Working lo stampo è più classico e tipico della country roots music sudista.

Tra le canzoni che più mi hanno colpito,c’è The Heart Is A Lonely Hunter. Sembra staccarsi dal resto, una border song che mi ha ricordato il vecchio Tom Russell, ma anche il primissimo Ryan Bingham, c’è qualche bella storia dietro?
Non sei il primo tra le poche persone che hanno già ascoltato il mio nuovo disco ad accostare questo brano a Tom Russell, in realtà non ho seguito molto la sua musica e di quel poco che ho ascoltato in realtà nulla mi ha attratto in maniera così decisa, in ogni caso mai dire mai! Bingham invece lo seguo e l’ho ascoltato molto di più ma penso che questo brano sia figlio un po’ di un esigenza mia di voler provare ad esplorare sonorità e situazioni musicali non abitualmente praticate

Keith Caputo. Con me tocchi un nervo scoperto. Adoro il suo primo disco solista Died Laughing (vedi riquadro sotto), ma lo seguo fin dai tempi dei Life Of Agony (il mio periodo pane e metal), mentre ora sembra giunto ad un bivio importante della sua vita, il cambiamento di sesso. Perché hai scelto la sua New York City?
Adoro anch’io quel disco, è da li che l’ho conosciuto/a musicalmente ed ho continuato poi a seguirlo/a. E sempre stato/a un cantautore che con le sue canzoni ha saputo trasmettermi carica in un condensato di rabbia e rivalsa toccando temi ed aspetti della vita a volte scomodi. Ho scelto New York City perché forse tra i suoi tanti brani scritti era quello che più si adattava al contesto acustico del mio disco e a come volevo riarrangiarla, e poi quando decisi di inserirla nel disco arrivavo da una splendida mia prima volta nella Grande Mela e la saudade da metropoli ha in parte influito su questa scelta.

Come promuoverai il disco?
Sulla strada, on the road come si dice, su palchi, club conosciuti e meno conosciuti, perché è li che vive la vera musica.


KEITH CAPUTO-Died Laughing (2000). Un’esistenza scandita da tante cicatrici mai rimarginate completamente. Prima mimetizzate dal pesante suono HC/Metal della sua band, i newyorchesi Life Of Agony, poi lasciate in solitaria evidenza nella superficie ingannevole del trascorrere del tempo, in seguito curate dai suoi dischi solisti, che si staccano completamente dal suono della band, rifugiandosi nel cantautorato rock, acustico, intimistico, a tratti anche beatlesiano, pop e west costiano, con qualche fulmine elettrico, lascito della "sua" poco fortunata e depressa generazione grungy. I testi autobiografici sono quelli di una persona cresciuta sola che ha perso entrambi i genitori in giovane età, divorati dall’eroina e di chi non è mai riuscito a trovare il proprio io ('Selfish'), confermato dal recente cambio di sesso. Ora Keith Caputo è diventato Mina Caputo. Ora forse è felice. Una vocalità straordinaria e canzoni che toccano i nervi scoperti: la terribile infanzia negata ('Brandy Duval', 'Razzberry Mockery'), la cruda dedica alla sua città ('New York City'), un riuscito omaggio a Kurt Cobain, dove punta il dito anche sui fan, nella quasi jazzata 'Cobain (Rainbow Deadhead)'. Un disco “confessione”, intenso e sofferto che rispecchia fedelmente i tormenti del suo autore. (Enzo Curelli)






vedi anche RECENSIONE: MATT WALDON- Oktober (2012)
vedi anche RECENSIONE: CESARE CARUGI-Pontchartrain (2013)
vedi anche RECENSIONE & INTERVISTA: ALESSANDRO BATTISTINI-Cosmic Sessions (2014)
vedi anche RECENSIONE & INTERVISTA: LITTLE ANGEL & THE BONECRASHERS-J.A.B./CRISTIANO CARNIEL (2014)

lunedì 31 marzo 2014

RECENSIONE: JOHN GORKA (Bright Side Of Down)

JOHN GORKA Bright Side Of Down (Red House Records/IRD, 2014)




John Gorka è uno dei migliori impressionisti folk dell'America d'oggi. Un songwriter dall'andatura sempre prudente. Gentile, nostalgico, intimo, raffinato e meticoloso che non ha mai messo fretta alla sua vena compositiva, un coerente, uno che si trova bene ai margini, davanti alla vetrata di un diner a tarda sera ad osservare, riflettere e contemplare dopo una giornata di lunghi spostamenti, dopo aver visto paesaggi, neve, sole, uomini, donne e colori. Bright Side Of Down è il suo dodicesimo disco in carriera e non sfugge alle caratteristiche dei predecessori: voce calda e rassicurante, tenui impianti acustici, semplici arrangiamenti ad accompagnare liriche di vissuto (le vere protagoniste nella sua musica)  nate sulla strada, cresciute con la spada del tempo puntata, seguendo gli umori e i colori dettati dalle stagioni. Si parte dallo spigoloso inverno, si arriva alla tenue primavera (Really Spring), dalla morte delle speranze alla rinnovata rinascita. "Penso che questa nuova raccolta di canzoni possa aiutare il corpo ad attraversare il freddo per arrivare alla primavera". "Ogni primavera è una vittoria quando gli inverni sono così freddi" canta in Thirstier Wind.
Il suo vissuto nel freddo Minnesota questa volta è stato ancora più determinante per creare l'intimità folk delle undici canzoni che non hanno la pretesa di farci fare un sussulto ma chiedono solamente di essere ascoltate, comprese, lette nei tanti dettagli lasciati dall'autore.
Saggi di vita per sola voce e chitarra (Don't Judge A Life) raccontati in prima persona (Outnumbered), positività quotidiana trainata dal violino (Mind To Think), corti e spensierati inni d'amore scritti per la figlia (Honeybee), la solarità contagiante di More Than One, l'aiuto di fidati amici (Eliza Gilkyson-appena uscito anche il suo The Nocturne Diaries- , Lucy Kaplansky in Bright Side Of Down, Claudia Schmidt in Procrastination Blues), la rilettura di She's That Kind Of Mystery di Bill Morrissey (un altro amico scomparso solo tre anni fa) fanno da contorno ai pensieri più profondi e attuali di High Horse ma soprattutto ai colpi di spazzola e fisarmonica che introducono Holed Up Mason City, canzone che da il via a tutto, narrandoci di un Gorka in balia di una bufera di neve nella città di Mason City, nello Iowa, tristemente famosa per essere stata la città da dove partì l'ultimo volo aereo che condusse Big Popper, Buddy Holly e Richie Valens verso il paradiso del rock'n'roll. Canzone che diventa pretesto per riflessioni e visioni: "At the Big Bopper Diner there's bunch of stranded refugees/ And nobody's talking or looking very eager to please/ In a booth I saw Buddy Holly's ghost, writing to the girl he loved the most/ Holed up in Mason City, the future isn't ready tonight".
Se la coerenza in musica molto spesso viene scambiata per ripetitività, fino a diventare un difetto, nel suo caso è un sigillo al valore. Chi lo segue fin dall'esordio I Know (1987) vuole questo. Un disco rassicurante e sincero, specchio dell' autore, solo per questo vero e meritevole di un ascolto.



vedi anche RECENSIONE: ANDI ALMQVIST-Warsaw Holiday (2013)

vedi anche RECENSIONE: JONO MANSON-Angels On The Other Side (2014)

vedi anche RECENSIONE: JOHNNY CASH-Out Among The Stars (2014)